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Cinema Trevi dicembre incontri e rassegne: si comincia con Ross McElwee

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Cinema Trevi dicembre incontri e rassegne: si comincia con Ross McElweeDicembre al Cinema Trevi – Cineteca nazionale

1-2 dicembre Ross McElwee: News From Home

3-8 dicembre Festival Tertio Millennio

10-13 dicembre Christian De Sica, segni particolari: bravissimo

14 dicembre Cinema e psicoanalisi: Le forme della violenza

15 dicembre Cinema muto: Maratoneti della passione

17 dicembre Incontri con la cinematografia: Giuseppe Pinori

18 dicembre Incontro con il Cinema Sardo a Roma

19-20 dicembre Il passaggio dal muto al sonoro in Italia

21-22 dicembre Cineteca Classic: Dalla Polonia con amore

1-2 dicembre

Ross McElwee: News From Home

«Posso vivere mentre sto filmando?».

Da questa domanda semplice quanto radicale nasce il cinema di un regista che ha trasformato la propria vita quotidiana in una storia emotiva degli ultimi quarant’anni della società americana. Con un piglio ironico. che ha spinto in tanti a considerarlo “il Woody Allen del cinema documentario”, e una struttura libera e ricorsiva che lo avvicina a “un Proust con la macchina da presa”, Ross McElwee rompe le barriere tra home movies e documentario, creando diari visivi delicati e intensi, carichi di riflessioni metacinematografiche e ontologiche.

Nato a Charlotte, in North Carolina, nel 1947, McElwee consegue la laurea in cinema presso il MIT, sotto l’egida di insegnanti del calibro di Ed Pincus e Richard Leacock. Dopo i suoi primi documentari, Charleen (1977), Space Coast (1979) e Resident Exile (1981), in cui adotta lo sguardo oggettivo e impassibile del cinema diretto, con Backyard (1984) collauda gli ingranaggi della propria poetica, dall’impronta autobiografica alla narrazione in voice over, che nel superbo Sherman’s March raggiunge esiti stupefacenti, attestando la fisionomia inconfondibile del suo cinema. In Something to Do With the Wall (1990) si scosta temporaneamente dal racconto del proprio privato, per fornire una prospettiva insolita sulla vita nei dintorni del muro di Berlino, alla vigilia del suo smantellamento. Due anni dopo, con Time Indefinite, McElwee affronta una sfida dolorosa: filmare la perdita, l’assenza, lo scarto tra la memoria e lo scorrere del tempo, all’indomani di alcuni sconvolgimenti famigliari. Six O’Clock News (1996) solleva, invece, cruciali interrogativi sul modo in cui il giornalismo televisivo tratta le tragedie personali, veicolando un’idea distorta della società. Con Bright Leaves (2003), considerato il suo capolavoro assoluto, il regista intreccia magistralmente il proprio albero genealogico con i retroscena di un film hollywoodiano degli anni Cinquanta, per sfociare in una riflessione sull’industria e la cultura del tabacco. Il suo ultimo lavoro, presentato alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, è Photographic Memory (2011), un tuffo nel tempo perduto dei propri vent’anni, per ritrovare punti di connessione con il figlio Adrian.

La grandezza di McElwee risiede nella capacità di valorizzare il proprio personale punto di vista sulla realtà, partendo dal microcosmo familiare per aprire la propria riflessione all’universalità di interrogativi e sentimenti umani. Ross McElwee è docente di cinema all’Università di Harvard, dove dal 1986 è professore presso il Dipartimento di Studi visivi e ambientali.

Programma è curato da Luca Mosso, Daniela Persico, Alessandro Stellino

Film in lingua originale con i sottotitoli in italiano

domenica 1 dicembre

ore 17.00 Charleen di Ross McElwee (1977, 60’)

Ritratto di una cara amica di lunga data del regista, Charleen Swansea. Donna esuberante, dalla parlantina svelta che McElwee pedina per un mese nello svolgersi della sua vita privata e durante le sue numerose attività, dalle lezioni di poesia – nel segno di Ezra Pound ed e.e. cummings – alle letture pubbliche nei teatri comunali di Charlotte, in North Carolina. Tra le mura domestiche, però, la situazione di Charleen non è facile: reduce dalla separazione con il marito, deve occuparsi da sé dei figli e trovare un equilibrio di coppia con il nuovo giovanissimo compagno, Jim. Film tesi per il corso di laurea al MIT, Charleen è un’opera dal registro accademico, ancora figlia di stilemi e prassi propri del cinema diretto, che tuttavia mette in luce lo straordinario talento di documentarista di McElwee e l’abilità nello scegliere gli aneddoti più pregnanti. Il film si regge su un delicato equilibrio tra l’energia trascinante della protagonista e la tenacia del regista, abile a intrecciare dimensione intima e sociale, rimanendo fedele a uno sguardo “oggettivo”. A partire da questo film, ritroveremo Charleen in molti successivi lavori del regista, dove continuerà a rivelarsi un soggetto inesauribile e un’interlocutrice sempre pronta a dispensare utili consigli.

a seguire Backyard di Ross McElwee (1984, 40’)

Per Ross McElwee girare un film sul Sud degli Stati Uniti significa girare un film sulla propria famiglia. Stabilitosi da tempo a Boston, decide di fare ritorno per qualche tempo alla natia Charlotte, dove il fratello si sta preparando a partire per il college, pronto a seguire le orme del padre negli studi di medicina. Sotto lo stesso tetto dei McElwee vivono anche la domestica Lucille e il marito giardiniere Melvin. E mentre il padre di Ross continua a dimostrarsi scettico nei confronti della carriera artistica del figlio, questi comincia a filmare parallelamente sia la famiglia wasp che quella afroamericana nella loro quotidianità, da cui trapelano le rispettive differenze: di condizione sociale, aspettative, approccio all’esistenza e rapporto con gli affetti. Backyard è l’opera fondante all’interno della produzione di McElwee. In essa si definiscono in modo netto i caratteri innovativi del suo modo di fare cinema: il taglio autobiografico, il regista e la sua macchina da presa che diventano protagonisti interagendo con gli eventi filmati, la narrazione con voce fuoricampo e la totale autonomia nella realizzazione (one-man-crew).

ore 19.00 Time Indefinite di Ross McElwee (1993, 114’)

In occasione del ricorrente raduno estivo dei parenti, il regista annuncia che presto si sposerà con Marylin Levine, destando la felicità del padre. Nel frattempo, riemergono i ricordi lontani delle domeniche passate al molo a pescare, del trauma per la lenta agonia dei pesci e dei piccoli grandi interrogativi infantili sull’esistenza. Uno dei capolavori di McElwee, Time Indefinite è un’ambiziosa riflessione sui limiti del filmabile, sui segni concreti dell’azione del tempo e sul rapporto del cinema con la memoria, la morte e la vita. Un’elaborazione del lutto on the road da cui scaturisce una saga familiare di vivi e di morti (serbati appunto nel “tempo indefinito” dei fotogrammi), nonché un percorso di maturazione individuale in cui la liberazione dal fantasma paterno coincide con l’accettazione dei cicli ineluttabili dell’esistenza umana e l’assunzione di responsabilità verso la generazione futura.

ore 21.00 Sherman’s March di Ross McElwee (1986, 155’)

Reduce dall’abbandono della sua ex, McElwee dirotta il grandioso progetto di un documentario che ripercorra la sanguinosa marcia del generale William Tecumseh Sherman in un piano di emergenza per trovare al più presto una nuova fidanzata, servendosi della macchina da presa come di una lenza. Nel film che gli ha dato notorietà e successo, McElwee compie un notevole scatto in avanti rispetto a Backyard, sviluppandone radicalmente gli elementi stilistici all’interno di una struttura di racconto sofisticata e imponente. La soggettività acquista maggior rilievo e una nuova profondità in ambito sia tematico (la dimensione privata anteposta a quella storica) che formale (voce fuoricampo che confida emozioni simultanee all’evento filmato; monologhi in macchina). Il risultato è un fiammeggiante tour dentro l’anima del Sud e lo spirito dei tempi, con un geniale andamento digressivo, un’atmosfera sospesa, una comicità irresistibile e acute osservazioni sulla paranoia nucleare, sul consumismo e i rapporti fra i sessi.

lunedì 2 dicembre

ore 17.00 Six O’Clock News di Ross McElwee (1996, 103’)

Bombardato quotidianamente dalle immagini dei notiziari su catastrofi, tragedie e omicidi, il regista è seriamente preoccupato per il futuro che aspetta il figlio Adrian in un mondo che, giorno dopo giorno, pare diventare sempre più minaccioso. Deciso ad andare oltre l’esasperazione e il sensazionalismo televisivo dei fatti di cronaca, il regista si mette in viaggio per affrontare da vicino alcune vicende che lo hanno colpito. Nato da una costola di Time Indefinite, nel quale doveva fungere da indagine sui diversi modi in cui gli individui affrontano le tragedie familiari, Six O’Clock News è diventato un confronto tra il linguaggio (visivo e verbale) del cinema di McElwee e quello del giornalismo televisivo. Il consueto punto di vista soggettivo e partecipe del regista si pone come un’alternativa all’impersonalità e alle pratiche di spettacolarizzazione del notiziario, mirando a restituire preminenza all’individuo, rispetto all’evento nefasto in cui è rimasto coinvolto.

ore 19.00 Bright Leaves di Ross McElwee (2003, 110’)

Da tempo McElwee è intenzionato a girare un film sull’industria del tabacco nella sua terra natale (la principale produttrice in America), da un lato perché vuole venire a capo del proprio complicato rapporto con questo tema, dall’altro perché c’è un coinvolgimento diretto: il suo bisnonno John Harvey McElwee è stato uno dei pionieri del commercio di sigarette nel North Carolina. L’impulso decisivo arriva da un cugino cinefilo, che lo invita nel Sud per fargli vedere Le foglie d’oro, film del 1950 con Gary Cooper e Patricia Neal, probabilmente ispirato alla travagliata storia del loro antenato, fondatore del marchio Bull Durham. Per il regista comincia un’indagine a più livelli, che parte dalle tracce e dai racconti di quegli eventi lontani, inclusa la loro trasfigurazione epica nel cinema di finzione, e giunge sino al presente, e al diverso legame che la gente del Sud ha con il tabacco.

ore 21.00 Incontro con Ross McElwee

a seguire Photographic Memory di Ross McElwee (2011, 84’)

A casa McElwee è in atto uno scontro generazionale: Ross ha difficoltà a comunicare con l’introverso e irrisolto figlio Adrian, ora ventunenne, che gli sembra frastornato da un “sovraccarico tecnologico” e da una congerie di attività dispersive. Contemporaneamente, il regista sente il bisogno di rievocare un periodo decisivo della sua giovinezza: i mesi trascorsi a Saint Quay-Portrieux, in Bretagna. Arrivato nella località francese, si mette sulle tracce del suo mentore, Maurice, che lo iniziò alla fotografia, e della sua vecchia fiamma Maud. In Photographic Memory, McElwee torna sui temi della paternità e del rapporto tra medium e tempo. La tecnologia ha un ruolo dominante nella definizione del divario tra padre e figlio, in un costante dissidio tra tangibilità e virtualità della memoria. Per il regista riscoprire che cosa significhi avere vent’anni è un modo per recuperare il dialogo con Adrian e al contempo sondare il movimento scomposto e autonomo dei ricordi. Nelle foto vengono cristallizzate interpretazioni di fatti, ma la corrente del divenire le sconfessa: da questo raffronto emergono i contorni di quel che il regista era un tempo e quel che è adesso.

Ingresso gratuito

3-8 dicembre

Festival Tertio Millennio

Per il programma si rinvia al sito www.cinematografo.it

10-13 dicembre

Christian De Sica, segni particolari: bravissimo

«In questi diciotto anni il Roma Film Festival si è dado il compito di creare un appuntamento fisso con un omaggio a un regista di spicco del cinema Italiano, iniziando da Roberto Rossellini, per poi proseguire con autori come Marco Ferreri, Mario Monicelli, Ettore Scola, Carlo Lizzani, Francesco Rosi, Lina Wertmüller, Pupi Avati, Franco Zeffirelli. Nel caso degli attori era d’obbligo celebrare Alberto Sordi, per poi proseguire con Marcello Mastroianni, Giancarlo Giannini, fino all’omaggio della scorsa edizione a Stefania Sandrelli.

Quest’anno, in occasione del XVIII Roma Film Festival, ho voluto fortemente dedicare questa nuova edizione a un attore che stimo molto e che oltretutto è anche un mio amico d’infanzia: Christian De Sica.

Parlare di Christian è come parlare di un “fratello più piccolo”: infatti il Collegio Nazareno ci ha visto compagni di scuola insieme a suo fratello Manuel, il compositore, e a Carlo Verdone. Ognuno di noi ha fatto il suo percorso professionale, ma poi ci siamo frequentati in varie occasioni di lavoro e private, a tempi alterni, in questi ultimi vent’anni.

Christian è un animale da palcoscenico, i suoi registri d’attore sono infiniti, può essere comico e drammatico, può usare con enorme facilità vari dialetti, credo sia l’unico attore italiano in grado di cantare e ballare con grande professionalità, come testimoniano i film da lui interpretati e gli innumerevoli spettacoli a cui ha partecipato. Christian è stato infatti protagonista di grandi spettacoli teatrali di successo, come Un americano a Parigi tributo a George Gershwin, fino al più recente musical autobiografico Parlami di me e l’imminente Cinecittà.

Nella sua brillante e variegata carriera non mancano numerose apparizioni televisive, tutte di grande successo.

Attore brillante, serissimo professionista, showman, cantante, regista (al Cinema Trevi verranno proposti tutti i film da lui diretti), Christian a buon diritto può essere oggi considerato tra i più popolari personaggi nel panorama dello spettacolo italiano per la sua grande professionalità e per la cura e l’attenzione, quasi maniacale, che mette in tutte le sue interpretazioni».

Adriano Pintaldi, Presidente del Roma Film Festival

martedì 10 dicembre

ore 17.00 Incontro con Christian De Sica

moderato da Adriano Pintaldi

a seguire Parlami di me di Brando De Sica (2008, 87’)

«Parlami di me è la trasposizione cinematografica dell’omonimo musical teatrale scritto da Maurizio Costanzo ed Enrico Vaime e andato in scena nei teatri di tutta Italia, per due stagioni consecutive, con grande successo di critica e di pubblico. È un omaggio al teatro e, allo stesso tempo, un’occasione per Christian De Sica per raccontarsi come artista e come figlio d’arte. […] Il musical si snoda lungo il filo della memoria di Christian De Sica, tra i ricordi della sua infanzia, il rapporto con il padre, la sua volontà d’intraprendere il mestiere dell’attore, i suoi successi e le difficoltà di una carriera vissuta con grande passione» (Mario Patané).

Ingresso gratuito

ore 19.45 Faccione di Christian De Sica (1991, 89’)

«Faccione è il primo film che ho fatto da regista con Nadia Rinaldi. Mi piaceva raccontare la storia di questa cicciona, allegra ed esuberante, che racconta bugie a se stessa e agli altri perché ha capito che questa è l’unica medicina per evadere da una vita triste, da una sorte squallida. La facevo camminare come la Loren camminava, per strada. Era carino quel film, forse una delle cose più carine che ho fatto. Lei insegue senza scoraggiarsi i suoi sogni d’amore. […]. Il mio esordio alla regia» (De Sica).

ore 21.30 Il conte Max di Christian De Sica (1991, 90’)

Alfredo (De Sica), per seguire Isabella (Ornella Muti), una top-model e mantenuta di lusso conosciuta per caso, si reca a Parigi. Ma prima si fa dare lezioni di etichetta e di francese da un nobiluomo spiantato, il Conte Max (Galeazzo Benti), di cui assume pure l’identità. «Va […] riconosciuto a Christian De Sica un tratto garbato, l’aver trovato il suo giusto respiro, finalmente sfrondato da tante smanie imitative e caciarone, in una leggerezza non tanto dissimile da quella che portò in trionfo suo padre nel cinema d’anteguerra» (D’Agostini).

mercoledì 11 dicembre

ore 17.00 Ricky & Barabba di Christian De Sica (1992, 83’)

Il ricco Ricky (Renato Pozzetto) tenta il suicidio in una discarica, il barbone Barabba (De Sica) lo salva. Da quel momento le sorti si capovolgono. «Con Ricky & Barabba (1992) De Sica cerca nuove soluzioni registiche: costruisce una vicenda dai pur tenui risvolti sociali (una variazione sul tema del povero ricco), si affida alla collaborazione di ben cinque personaggi per la stesura della sceneggiatura (fra cui Benvenuti e De Bernardi), divide la scena con Renato Pozzetto, comico di provenienza cabarettistica come l’amico Boldi. Il risultato conferma Christian de Sica autore interessante e atipico nella sua elaborazione dei registri meno farseschi della commedia all’italiana» (Bertolino & Ridola).

ore 19.00 Uomini uomini uomini di Christian De Sica (1995, 88’)

«In Uomini uomini uomini avevo rappresentato i gay in maniera non convenzionale, non li avevo resi effeminati né li avevo fatti recitare con le mossette. C’erano Massimo Ghini, Alessandro Haber, Paolo Conticini e Leo Gullotta. Erano come i quattro gay dell’Apocalisse, giravano con un pulmino e andavano a menare la gente, mi piaceva vederli così, come degli “amici miei” di monicelliana memoria. Andavano a fare gli scherzi agli eterosessuali, a menarli, a prenderli per il culo. Anche con una certa “virile” violenza. Rovesciavo insomma lo stereotipo, seguendo proprio lo schema narrativo delle goliardate di Amici miei» (De Sica).

ore 20.45 3 di Christian De Sica (1996, 89’)

«Toscana fine Settecento. Il barone e la baronessa del Serchio, adottano un aitante servo per un ménage a tre. Il primo a cedere è il servo (ripulito) che vorrebbe portarsi via le bella signora, che però non accetta. Il servo se ne va. La baronessa è incinta, del servo. Nasce il figlio e dopo alcuni anni torna il fuggiasco, ora tenente. […]. Strano film italiano di cospicuo investimento, di ottima ricostruzione, per una volta lontano dai nostri tristi “instant-movie”, che riesce a non essere molto lontano da certe produzioni alla Frears o alla francese. Davvero una bella sorpresa. Soprattutto per il testo fuori campo e i dialoghi, misurati e di alto livello, scritti da Giovanni Veronesi» (Farinotti).

giovedì 12 dicembre

ore 17.00 Simpatici & antipatici di Christian De Sica (1998, 91’)

«A Roma un gruppo di amici frequenta lo stesso esclusivo circolo di tennis, il Tiber. Qui, sorvegliato da Gigetto, il custode che da anni vive nel circolo, e sopporta gli scherzi dei soci di cui è il bersaglio preferito, c’è Alberto, che diventerà presidente del circolo, palazzinaro, sbruffone, megalomane, sempre dedito a dimostrare il proprio potere agli amici che si umiliano davanti a lui» (Mario Patanè). «Nel 1998 De Sica gira il suo sesto titolo da regista, Simpatici & antipatici, commedia sulle sguaiate volgarità morali e verbali del “generone” romano di fine secolo non priva di inusitata cattiveria» (Bertolino & Ridola).

ore 19.00 The Clan di Christian De Sica (2005, 98’)

«Il progetto di The Clan nasce per il teatro. Garinei, infatti, propone a De Sica di portare in scena la vita di Sinatra; l’attore romano, che ritiene la biografia, anche se in forma musicale, un passo presuntuoso, sceglie una soluzione più ossequiosa del mito: la vicenda di uno che vuole essere Sinatra e non lo è. Così nasce The Clan, la storia di due meccanici di Harley Davidson che vanno in America e diventano Frank Sinatra e Dean Martin, o almeno così pare…» (Bertolino & Ridola).

ore 20.45 Giovannino di Paolo Nuzzi (1976, 107’)

La “prima volta” di Giovannino avviene fra le braccia di una fresca servetta. Attraverso le sue avventure amorose il film percorre l’itinerario della borghesia italiana fra le due guerre, dal ’20 al ’38, con le sue insidiose lusinghe, i suoi fatui furori, il suo peccaminoso erotismo, il suo vitellonismo inguaribile. Premio David Speciale 1976 a Christian De Sica.

venerdì 13 dicembre

ore 17.00 S.P.Q.R. – 2000 e ½ anni fa di Carlo Vanzina (1994, 103’)

«Classico stracult vanziniano degli anni ’90, al centro di complesse polemiche per la sua volgarità, anche ideologica. Ma anche grande successo del Natale ’94, unico film, seppur comico, su mani pulite. Boldi è una sorta di Di Pietro, giudice che si sposta nella Roma di 2000 anni fa e si trova a indagare il correttissimo e romanissimo De Sica. Trionfo di latino maccheronico e di adattamento della Roma di oggi a quella storica con effetto Flinstone. […]Boldi e De Sica sono scatenati, Anna Falchi è una grande Poppea, mignottissima adescatrice del giudice Boldi in fuga dalla grassa moglie Nadia Rinaldi» (Giusti).

ore 19.00 Il figlio più piccolo di Pupi Avati (2009, 105’)

«Dopo La cena per farli conoscere (2007) e Il papà di Giovanna (2008), Avati chiude la trilogia sulla figura paterna. Inadempiente il 1°, troppo presente il 2°, il cinico immobiliarista Luciano Baietti, faccendiere corruttore ed evasore fiscale, è il peggiore dei 3. Torna a Bologna dopo 16 anni per intestare la sua società sull’orlo del tracollo a Baldo, il figlio minore. Nel firmare la sua 40ª regia in meno di 40 anni, Avati ha fatto una commedia di denuncia, uno dei suoi film più impietosi sull’Italia del 2000, nel cui Nord e specialmente in Emilia – dice lui – “conti per quel che hai, quel che possiedi è la misura di quanto vali”. […] Tenuto a briglia corta, De Sica è bravo quanto la Morante in un ruolo per lei insolito e il giovane Nocella se la cava» (Morandini). Nastro d’Argento a Christian De Sica come miglior attore protagonista.

ore 21.00 Christian De Sica, segni particolari: bellissimo di Adriano Pintaldi (2013, 30’)

a seguire Vacanze di Natale di Carlo Vanzina (1983, 91’)

«Sapore di mare in versione alpina e spostato ai tempi attuali. Non cambia molto, a parte le canzonette. Primo di una fortunata serie di film vacanzieri sbanca botteghino, è anche tra i migliori. Calà non esagera, Claudio Amendola è notevole come giovane romano un po’ burino figlio di Mario Brega e Rossana Di Lorenzo (grandissimi) […]. Ma soprattutto c’è la prima grande gag di Christian De Sica in versione post-sordiana gay» (Giusti). «Questo film, Vacanze di Natale, è la mia fortuna. Con questo io svolto. Siamo nel cuore degli anni Ottanta. C’hanno fatto un fan club. Poi c’hanno fatto un libro, un sito, abbiamo proiettato tre anni fa il film al cinema Adriano in una serata memorabile in cui tutto il fan club cantava le canzoni» (De Sica).

sabato 14 dicembre

Cinema e psicoanalisi: Le forme della violenza

La Società Psicoanalitica Italiana e il Centro Sperimentale di Cinematografia hanno avviato da alcuni anni delle iniziative comuni, tra le quali il ciclo “Cinema e psicoanalisi”, articolato con delle proiezioni mensili al Cinema Trevi. Il tema della programmazione di questa stagione è quello della violenza, argomento di drammatica attualità, che verrà affrontato da diverse prospettive: intrapsichiche, interpersonali, ma anche con uno sguardo collettivo e sociale. Gli aspetti aggressivi della nostra personalità, insieme a quelli sessuali, sono stati considerati dalla psicoanalisi elementi fondanti della nostra parte istintuale e inconscia: quando e perché tali livelli possano esprimersi in maniera violenta e distruttiva è uno dei fenomeni psichici più dibattuti. Parteciperanno agli incontri, introdotti e coordinati da Fabio Castriota, Membro Ordinario della Società Psicoanalitica Italiana, registi, critici e psicoanalisti della SPI.

Il tema del secondo appuntamento è “La violenza contro l’oggetto d’amore”.

ore 17.00 Un giorno perfetto di Ferzan Ozpetek (2008, 105’)

«Per la prima volta alle prese con una storia non sua, Ferzan Ozpetek vince la scommessa e fa un “film di Ozpetek”. […] È una storia estrema di gelosia e violenza con risvolti da cronaca nera, quella affrontata dal regista italo-turco. Ma il pubblico, affezionato al cantore delle emozioni, così bravo a indagare nei piccoli grandi sentimenti quotidiani, non rimane deluso e sullo schermo ritrova perfino certe coordinate familiari: il Gazometro, l’attrice turca Serra Yilmaz, la musica di Andrea Guerra. […] È efficace, mai sopra le righe Valerio Mastandrea nel ruolo di Antonio, il poliziotto che non si rassegna alla separazione e perseguita l’ex moglie Emma» (Satta). Dal romanzo omonimo di Melania Mazzucco.

ore 19.00 Quale amore di Maurizio Sciarra (2006, 97’)

«Dalla Russia alla Svizzera, dalla nobiltà terriera all’alta finanza, dal 1889 al 2006. E dalla pagina, muta, al cinema, che di musica è invece impastato. Adattando (con Claudio Piersanti) La sonata a Kreutzer di Tolstoj, Maurizio Sciarra opera una serie di slittamenti significativi, come a dire che è cambiato tutto e non è cambiato nulla. Così la musica, che in Tolstoj veicolava passioni ineffabili e accendeva la gelosia, diventa qui il mondo di pure emozioni a cui il marito anela. […] In questa chiave e in certi dettagli rubati, proprio in senso musicale […], sta il meglio di un film che, come in Tolstoj, raffredda a dovere la vicenda facendola raccontare dall’uxoricida a un viaggiatore sconosciuto» (Ferzetti).

ore 20.45 Incontro con Paola Catarci

moderato da Fabio Castriota

a seguire Dillinger è morto di Marco Ferreri (1968, 94’)

L’assurdità del quotidiano e la fuga impossibile: tornato a casa dal lavoro, Glauco trova una pistola avvolta in un vecchio giornale… «L’averci dato un’immagine così lucida della nostra infelicità quotidiana, dove i rumori dei mezzi audiovisivi riempiono lo spazio lasciato vuoto dalle parole e dagli affetti, è un merito pari soltanto a quello acquistato da Ferreri nel descrivere come sbocci […] la rivolta del suo protagonista contro gli schemi razionali che imprigionano nell’assurdo la natura» (Grazzini).

Ingresso gratuito

domenica 15 dicembre

Cinema muto: Maratoneti della passione

«Per i veri inguaribili cultori del cinema muto e non Il ponte dei sospiri è un momento di massima sintesi della passione cinefila perché si tratta di un distillato in purezza dell’intero spettro espressivo dell’ottava Arte. Gli intrighi della vicenda, il montaggio forsennato, la dinamica recitazione con zero gigionerie (vera rarità nell’era del muto, soprattutto quello italiano), la sperimentazione di inquadrature e illuminazioni, il restauro pressoché perfetto con imbibizioni talmente incisive da diventare circostanza del racconto fanno di quest’opera da 5 ore e mezzo una maratona del godimento, del gusto, dello spirito, della gioia. Presto il cinema non sarà più in pellicola e prima che questa ineluttabile evoluzione dilaghi sarà bene esorcizzare il rimpianto con una sana scorpacciata della miglior celluloide…… condita, perché no, da un pizzico di orgoglio patriottico. Buona visione» (Antonio Coppola).

ore 17.00 Il ponte dei sospiri di Domenico Gaido (1921, 325’)

Rolando Candiano, figlio del doge di Venezia, arrestato poco prima delle nozze per il tradimento di due amici, il cardinale Bembo e Altieri, membro del consiglio dei dieci, riesce a evadere saltando in laguna dal ponte dei sospiri in compagnia del bandito gentiluomo Scalabrino. Intanto il padre viene condannato all’accecamento. Comprende 4 episodi: La bocca del leone, La potenza del male, Il dio della vendetta, Il trionfo d’amore.

Restauro a cura della Cineteca Nazionale (1997-2002)

Accompagnamento musicale del M° Antonio Coppola

martedì 17 dicembre

Incontri con la cinematografia: Giuseppe Pinori

«Giuseppe (Pino o anche Peppino, per quelli che gli sono più vicini) Pinori, cinematographer d’assalto (una miriade di documentari di ogni latitudine in carriera) è una sorta di “passaggio a Nord Ovest”, un’utopia possibile, nella ricerca dei limiti illimitati della luce cinematografica. E una “nave scuola” per tanto magnifico cinema italiano che esiste ancora nelle sue parole: “Amici, registi, ineguagliabili professionisti del Cinema con cui ho vissuto emozioni incancellabili nel mio lungo percorso verso il sole. Mi piace ricordare qui il grande cuore di Giuliano Biagetti, la forte comunicatività umana di Marco Tullio Giordana, l’affetto che mi ha sempre legato a Valentino Orsini. Uomini, prima che cineasti, ma, in più, veri cineasti della nostra epoca”» (Claver Salizzato).

Programma a cura di Roberto Girometti e Claver Salizzato

ore 17.00 Sì, ma vogliamo un maschio di Giuliano Biagetti (1994, 1992)

Film rarissimo, mai distribuito, presentato nel 1997 al festival del Cinema Mediterraneo di Bastia, ultima regia di Giuliano Biagetti, regista difficilmente classificabile (attivissimo dal ’68 al ’77, prima e dopo diresse un pugno di film, diversissimi tra loro). Marito e moglie sognano un film maschio, ma dovranno attendere il quinto film prima di realizzare il loro desiderio…

ore 19.00 Corbari di Valentino Orsini (1970, 102’)

Nell’autunno del ’43 dopo aver ucciso un fascista, Corbari scappa e forma un gruppo armato, che compie azioni militari contro tedeschi e repubblichini. Al gruppo si unisce Ines, che diventa la sua compagna. Corbari rifiuta di unirsi ai partigiani sulla montagna e di rispettare la loro organizzazione per un’azione diretta e immediata. Il gruppo Corbari libera un paese, che inizia a riorganizzare dando le terre ai contadini. Con Giuliano Gemma, Tina Aumont, Antonio Piovanelli, Frank Wolff.

ore 21.00 Incontro con Giuseppe Pinori, Roberto Girometti

moderato da Claver Salizzato

a seguire Maledetti vi amerò di Marco Tullio Giordana (1980, 85’)

«Quel che colpisce è la freschezza di sguardo, ma anche l’impietosità, l’ironia, il sarcasmo con cui il regista riesce ad inquadrare la caduta degli ideali del ’68 e il terreno sociale, politico, antropologico in cui nasce e matura l’esperienza della lotta armata. La vicenda personale di Riccardo detto “Svitol”, un ex contestatore tornato a Milano dopo cinque anni di assenza trascorsi in Sud America perché convinto di essere ricercato dalla polizia, è quella di un’intera generazione uscita destabilizzata dagli anni di piombo. Gli occhi di “Svitol” registrano una realtà di cui non riesce a capacitarsi: tutto è diverso rispetto a quando è partito, a cominciare dai suoi ex compagni che, o si sono integrati nel Sistema, oppure hanno ceduto alla droga e alla depressione (“Ha ucciso più compagni la depressione che la repressione” dice uno di loro). La deriva ideologica ed esistenziale di una generazione che già nel ’78 […] prende corpo nel paesaggio di macerie materiali e morali in cui si aggira, come un fantasma tornato sulla terra, il Riccardo di Flavio Bucci» (Uva). Con Biagio Pelligra, Micaela Pignatelli, Agnès de Nobecourt.

Ingresso gratuito

mercoledì 18 dicembre

Incontro con il Cinema Sardo a Roma

Il Gremio, in occasione del suo 65° anniversario (1948-2013), organizza con la collaborazione della FASI (Federazione delle Associazioni Sarde in Italia), della Cineteca Sarda – Società Umanitaria e della Cineteca Nazionale, una serie di proiezioni e dibattiti con i registi all’interno della rassegna Incontro con il Cinema Sardo, presso il Cinema Trevi.

Questo mese è la volta di Giovanni Columbu. Dopo aver conseguito la laurea in architettura a Milano, Columbu è tornato a Cagliari e ha lavorato come regista e programmista per la locale sede Rai. Ha realizzato vari programmi d’informazione culturale, ha collaborato con Oliviero Toscani e alla rivista Moda. Ha esordito nel 2001 con Arcipelaghi, con i quali ha partecipato ai festival di Tavolara e Alpe Adria, e dodici anni dopo sorprende la critica con un film intimamente religioso, Su Re.

Programma a cura di Franca Farina

ore 17.00 Paesi & Paesi (Villages and Villages) di Giovanni Columbu (1990, 50’)

Serie di brevi filmati girati in vari paesi della Sardegna. Vincitore Prix Europa 1991.

Ingresso gratuito

a seguire Visos di Giovanni Columbu (1985, 42’)

Esplorazione sull’immaginario sardo attraverso sette sogni interpretati dai sognatori di gente della Barbagia. Selezionato al Premio Italia 1985 e Imput Montreal (1986).

Ingresso gratuito

ore 19.15 Su re di Giovanni Columbu (2013, 80’)

«La Passione di Gesù, raccontata attraverso passi dei quattro Vangeli, letti sinotticamente e affidati ad attori non professionisti, sullo sfondo di una Sardegna rurale e non contaminata dalla modernità» (www.cinematografo.it). «Non è facile da proporre al pubblico un film come Su Re, presentato al Torino Film Festival e che ora affronta le sale grazie all’etichetta distributiva della Sacher di Nanni Moretti. Gli episodi del martirio sono messi in scena in modo ellittico e in ordine non cronologico – ricorrendo alle differenti versioni dei quattro Vangeli sinottici – e sembrano succedersi nella memoria di Maria mentre veglia il corpo del figlio deposto nel sepolcro. […] Quel che colpisce è che appare pervaso di profonda religiosità; dove la divinità di Cristo coincide col suo umanizzarsi, col suo divenire carne e sangue al di là di ogni “santino” pronto per la devozione, cinematografica e no» (Nepoti).

Ingresso gratuito per i soci de Il Gremio

ore 20.45

Incontro con Giovanni Columbu, Francesca Delogu,

Vanni Fois, Antonio Maria Masia

moderato da Alessandra Peralta

Segue un brindisi

ore 21.45 Arcipelaghi di Giovanni Columbu (2001, 95’)

«Un ragazzo di quattordici anni è sul banco degli imputati nel tribunale di Nuoro, in Sardegna. È accusato di omicidio. Nella ricerca della verità riemergono incubi sommersi dagli arcipelaghi dei ricordi. Affiora il legame con un altro delitto commesso l’anno precedente, quello di Giosuè, il fratellino dell’imputato, testimone involontario di un furto di bestiame» (www.cinematografo.it). «Altro Ufo made in Italy, anzi in Sardegna: Arcipelaghi, di Giovanni Columbu. […] Insoluto, onirico, costruito come un mosaico e parlato in dialetto (sottotitolato) da attori non professionisti. Un film sul bisogno di giustizia e sulla necessità del perdono cucito addosso ai suoi interpreti e modulato sui tempo e sulle forme della narrativa orale». (Ferzetti). Dal romanzo Gli arcipelaghi di Maria Giacobbe.

Ingresso gratuito per i soci de Il Gremio

19-20 dicembre

Il passaggio dal muto al sonoro in Italia

«Sta capitando al cinematografo

quella ridicolissima disavventura

che in una delle sue più famose favole

Esopo fa capitare al vanitoso pavone,

allorché, lusingato […]per la sua magnifica coda

e la maestà del suo incesso regale,

aprì la bocca per fare udire la voce e fece ridere tutti»

Luigi Pirandello, Se il film parlante abolirà il teatro (1929)

È un periodo convulso e controverso quello della transizione dal muto al sonoro che, a cavallo tra la fine degli anni Venti e l’inizio degli anni Trenta, rivoluziona e trasforma la scena della cinematografia mondiale, Italia compresa, scatenando dibattiti teorici, mutamenti tecnici, terremoti produttivi e distributivi, rivoluzioni nelle professionalità. La rassegna – organizzata in occasione della pubblicazione del libro di Stefania Carpiceci Le ombre cantano e parlano. Il passaggio dal muto al sonoro nel cinema italiano attraverso i periodici d’epoca (1927-1932), voll. I e II, prefazione di Adriano Aprà (Artdigiland, Dublino 2012-2013) – propone sei film che costituirono, al tempo, un vero e proprio test audiovisivo della cinematografia nazionale in fase di rinascita nel segno del sonoro.

Programma a cura di Stefania Carpiceci

Rassegna a ingresso gratuito – Per gentile concessione di Ripley’s Film

giovedì 19 dicembre

ore 17.00 Napoli che canta di Mario Almirante (1930, 73’)

Jinny/Genny D’Ambrosio (Malcom Todd) e Alice Baldwyn (Anna Mari), italoamericano lui, newyorkese lei, acconsentono, pur non amandosi, a un matrimonio d’affari combinato dalle rispettive famiglie. Al termine di un viaggio pre-matrimoniale, che ha per meta Napoli e per scopo una serie di avventure, i due si innamorano e si promettono felicità e reciproca fedeltà. Muto e post-sonorizzato, il film è un esempio di ibrido acustico italiano all’epoca della transizione al sonoro.

ore 18.30 Incontro con Stefania Carpiceci, Ernesto G. Laura

moderato da Adriano Aprà

a seguire Resurrectio di Alessandro Blasetti (1931, 64’)

Pittaluga commissionò a Blasetti per la Cines quattro documentari sperimentali sulla triade cineacustica (dialogo, musica, rumori). Il regista con gli stivali modificò il progetto è realizzò un lungometraggio in cui associava l’atmosfera mattutina di una città che al risveglio con quella di un tabarin pieno di vita fino all’alba. In alcune scene musica, rumori e dialogo sono legati insieme in armonia, in altre c’è solo il dialogo. Era un (pre)testo sonoro, ma non ottenne il podio del primato italiano.

ore 21.00 La tavola dei poveri di Alessandro Blasetti (1932, 73’)

Il marchese Isidoro Fusaro (Raffaele Viviani), di origine partenopea, continua a fare beneficenza, nonostante lo stato di indigenza in cui vive. Cercando a tutti i costi di mantenere invariato, almeno agli occhi degli altri, il proprio status, egli si rivela in realtà non solo incapace di aiutare i poveri che spesso riunisce alla propria tavola, ma imbroglione e malfattore, in un gioco delle parti degno del teatro dialettale del mattatore-protagonista.

venerdì 20 dicembre

ore 17.00 Due cuori felici di Baldassare Negroni (1932, 78’)

Mr. Brown (Vittorio De Sica) è un italoamericano, titolare di un’industria automobilistica newyorkese, che si reca in viaggio d’affari in Italia per controllare la filiale gestita da Carlo Fabbri (Umberto Melnati). Dopo un susseguirsi di scambi di persona (con Anna Rosi e Clara Fabbri, interpretate da Rina Franchetti e Mimì Aylmer, rispettivamente segretaria e consorte dell’ingegnere italiano), la trasferta avrà risvolti sentimentali equivoci e vicissitudini tipici di una commedia musicale.

ore 19.00 La scala di Gennaro Righelli (1931, 82’)

Tratto dall’omonimo testo teatrale del 1925 di Rosso di San Secondo, il film narra l’oscura passione che lega l’avvocato Giulio Terpi (Carlo Ninchi), amministratore del condominio e della scala del titolo, a Clotilde Printemps (Maria Jacobini), un’attrice di varietà che lui presenta agli amici come una delle sue ultime conquiste, mentre in realtà è la sua ex-moglie, madre di sua figlia, trattenuta a sé con un infame ricatto. A metà tra teatro e cinema, si tratta di un altro interessante esempio di pionieristica sonorizzazione cinematografica del regista che nel 1930 firmò il primo film sonoro italiano, La canzone dell’amore.

ore 21.00 La stella del cinema di Mario Almirante (1931, 70’)

Ambientato negli stabilimenti della Cines-Pittaluga di San Giovanni a Roma, appositamente ristrutturati per l’avvento del sonoro, in questo metafilm si narrano le vicissitudini sentimentali di Rosa (in arte Fiorella Aprile, alias Grazia Del Rio) e di Nerio (Elio Steiner), che dapprima accedono agli stabilimenti come comparse e poi divengono – soprattutto lei – stelle di un nuovo firmamento ormai dotato di parola.

21-22 dicembre

Cineteca Classic: Dalla Polonia con amore

Dopo l’omaggio doveroso ad Andrzej Zulawski nel mese scorso, il viaggio esplorativo nel cinema polacco continua sia con uno dei maggiori successi commerciali zulawskiani, grazie alla bellezza stordente di Sophie Marceau, L’amour braque – Amore balordo (1985), sia con alcuni film di Andrzej Wajda, incluso il capolavoro Cenere e diamanti (1958), per poi proseguire, nei prossimi mesi, con Roman Polanski, Jerzy Skolimowski, Walerian Borowczyk, che sono emigrati all’Ovest regalando a quei Paesi (Francia e Stati Uniti, in primis) un inaspettato vento di novità.

sabato 21 dicembre

ore 17.00 L’amour braque – Amore balordo di Andrzej Zulawski (1985, 104’)

«Libero adattamento di L’idiota (1869) di Dostoevskij in chiave gangsteristica nella Parigi anni ’80, scritto dal regista con Etienne Roda-Gill. Myskin è Léon (F. Huster), nobile ungherese profugo, dimesso da una clinica psichiatrica; Rogozin si chiama Mickey (T. Karyo), pieno di soldi, frutto di una rapina in banca; Nastasja è Marie, amante di Mickey, al servizio dei quattro fratelli Venin, trafficanti in droga e altri generi. […]. 4° film francese del polacco A. Zulawski, il più matto dei suoi compatrioti registi emigrati all’Ovest (Borowczyk, Polanski, Skolimowski). È all’insegna della dismisura e del parossismo: ritmo frenetico, cinepresa motorizzata, colori e suoni in un carosello caotico a indicare l’assurda follia dell’epoca» (Morandini).

ore 19.00 Cenere e diamanti di Andrzej Wajda (1958, 101’)

«Finita la seconda guerra mondiale, il primo giorno di pace, il giovane partigiano bianco Maciek Chelmicki (Cybulski) riceve l’ordine di uccidere il segretario (Pawlikowski) della cellula del Partito comunista polacco […]. Wajda, al suo terzo film, continua a “scavare nella formazione di un nuovo che nasce malato” (Volpi) e rovesciando le prospettive tradizionali del cinema zdanoviano racconta la storia di un perdente, di un non-integrato. […] Accolto con una specie di venerazione dal pubblico polacco (ma non dalla critica ufficiale), il film fu presentato in una selezione collaterale di Venezia e immediatamente considerato il più bel film mai realizzato in Polonia» (Mereghetti).

ore 21.00 Danton di Andrzej Wajda (1983, 136’)

«Gli ultimi giorni di Georges-Jacques Danton tra la fine di marzo e il 5 aprile 1794 quando fu processato e ghigliottinato con i suoi amici per opera di Robespierre. Tratto dall’opera teatrale (1929) della polacca Stanislawa Przybyszewska, è un film verboso, storicamente discutibile, ma coinvolgente, figurativamente stupendo, ricco di pagine forti, interpretato da un potente Depardieu e da uno straordinario Pszoniak nella parte di Robespierre. Non c’è dubbio che, dirigendolo (dopo averlo messo in scena nel 1975), Wajda pensasse alla Polonia di quel periodo, in stato d’assedio, e che le sue simpatie vadano al demagogo e spregiudicato Danton (con la voce di G. Giannini), incline al compromesso più che al dogmatismo intollerante di Robespierre» (Morandini).

domenica 22 dicembre

ore 17.00 Pirati di Roman Polanski (1986, 111’)

In seguito a un naufragio, il famigerato pirata Capitan Red (Walter Matthau) col suo mozzo Rana (Chris Campion) sono alla deriva in mezzo al mare, su di una zattera, senza cibo e sull’orlo della disperazione. Ma a risolvere i loro guai arriva un galeone spagnolo, il “Nettuno”, sul quale i due riescono a salire ma vengono presto scoperti ed arrestati. Capitan Red non si arrende. È venuto a sapere che sulla nave c’è un meraviglioso trono azteco tutto d’oro e se ne vuole impadronire. «Polanski pensava al film fin dal 1974, con Nicholson nella parte di Red e se stesso in quella di Rana. Costosissima la realizzazione (che ha comportato la costruzione di un galeone vero), finanziata dal tunisino Tarak Ben Ammar» (Mereghetti).

ore 19.00 Il coltello nell’acqua di Roman Polanski (1962, 93’)

Un giornalista e sua moglie – in viaggio per passare il weekend in barca – raccolgono un giovane autostoppista. Tra i due uomini s’instaura un teso rapporto di rivalità di cui la donna è, insieme, strumento e testimone. Film di debutto di R. Polanski (e il solo che diresse in Polonia), è un racconto di ammirevole finezza psicologica, ma anche un apologo sull’opportunismo e il regime delle mezze verità nella Polonia socialista. «Il mio film di diploma era stato barocco e teatrale. Desideravo dunque che il mio primo lungometraggio fosse cerebrale, montato come una macchina di precisione quasi formalista. Il punto di partenza fu quello di un thriller classico: una coppia riceve a bordo del proprio yacht un ragazzo che poi scompare in circostanze misteriose» (Polanski).

Versione originale con sottotitoli inglesi

ore 21.00 Cul de Sac di Roman Polanski (1966, 112’)

«Due gangster scalcinati – uno sbruffone (Stander) e l’altro melanconico (McGowran) – si rifugiano in un castello che la marea isola da terra, dove vive una coppia male assortita: lui (Pleasence) è impotente, nevrotico e ridicolo, lei (Dorleac) giovane e un po’ matta. Le tensioni esplodono e la commedia diventa gioco al massacro. […] Uno dei film più riusciti di Polanski, che fonde perfettamente la sua vena crudele con quella grottesca e surreale (debitrice, in questo caso, del teatro di Beckett). Stander, Pleasence e la sfortunata Dorleac non hanno mai recitato tanto bene – anche se sul set non si potevano soffrire. Orso d’oro al Festival di Berlino» (Mereghetti). «È il mio film preferito, il film più cinematografico che abbia mai fatto. Voglio dire che è una storia che può essere raccontata solo con un film. Non potrebbe essere un romanzo, né una trasmissione televisiva, né una pièce di teatro, un quadro; è veramente cinema. Per essere onesto, se mi avessero chiesto qual era il soggetto del film non avrei saputo rispondere. Non c’era un soggetto, ma solo l’espressione del nostro stato d’animo di quel momento. Gérard Brach e io eravamo appena stati lasciati da una donna e il personaggio di Teresa nacque da un leggero bisogno di rivincita» (Polanski).

Versione originale con sottotitoli italiani
Cinema  Trevi – vicolo del puttarello, 25 – Roma tel: 066781206

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